venerdì, 18 gennaio 2008

Università italiana: così non va

    Le recenti polemiche per la visita del Papa all’Università La Sapienza di Roma sono solo la punta di un iceberg, la manifestazione eclatante di un disagio che ormai da tempo contraddistingue il mondo accademico italiano.
Aldilà delle amare e svilenti constatazioni sull’episodio in questione, sono tanti infatti gli interrogativi che rimangono aperti e che non cessano di destare una profonda preoccupazione per quello che sta accadendo all’Università italiana.
Stiamo infatti assistendo ad un progressivo e sistematico smantellamento di quello che dovrebbe essere il ruolo primario dell’Università e cioè il suo essere cittadella del sapere, spazio privilegiato per la ricerca, il dialogo e il confronto anche e soprattutto tra parti diverse, discordanti tra loro.
E’ triste invece constatare come la parte cosiddetta laica e quella confessionale abbiano ormai da tempo perso la volontà e la capacità di dialogare, entrambe ferme sulle proprie posizioni e spesso incapaci di comprendersi, ascoltarsi e rispettarsi.
Prevalgono così posizioni fortemente ideologiche, politicizzate e pregiudiziali al punto che una minoranza faziosa (67 docenti e un centinaio di studenti in un’Università che conta oltre 130.000 iscritti!) può permettersi di decidere, semplicemente alzando la voce in maniera più o meno discutibile, le sorti di un ateneo. Continua a leggere

    Eppure il dialogo tra scienza e fede in passato è apparso tutt’altro che infecondo ed improduttivo.
Pensiamo soltanto a figure come Mendel, che era un monaco, o Alessandro Volta, profondamente religioso e al loro contributo fondamentale al mondo della scienza.
Lo stesso Galileo, trascinato a forza in questa polemica in maniera fortemente strumentale e decontestualizzata, scrisse pagine magnifiche sul mistero dell’universo, permeate da un profondo sentimento religioso.

    Oggi invece la testimonianza di una “possibile amicizia tra intelligenza e fede” (espressione molto cara alla F.U.C.I. e allo stesso Papa Benedetto XVI) appare sempre più nebulosa ed entrambe le parti sembrano difendersi non più utilizzando gli strumenti del dibattito, dell’argomentazione critica, della riflessione ma arroccandosi invece sempre di più sulle proprie posizioni, in un atteggiamento difensivo e poco incline alla messa in discussione, lasciando prevalere la logica del muro contro muro, dello scontro a tutti i costi.
Così al posto di un dialogo sereno e proficuo assistiamo invece ad una serie di monologhi autoreferenziali, volti a rivendicare la superiorità del proprio pensiero, rifiutando un contradditorio ed eludendo la logica della dialettica.

Che funzione ha, in tutto questo, l’Università?

    In passato l’Università ha sempre rivendicato il suo ruolo specifico di luogo deputato alla cultura, al pluralismo, in cui poter ascoltare il punto di vista di tutti formando così la propria personale opinione.
Oggi invece sembra sempre più abdicare a questo compito, i nostri atenei appaiono molto più preoccupati di farsi pubblicità, di attirare il clamore mediatico (magari con qualche laurea ad honorem concessa a personaggi dal discutibile spessore culturale e scientifico) e di entrare in competizione l’uno con l’altro.
Cresce il numero degli studenti che scelgono dopo il diploma di iscriversi all’Università ma a questo incremento numerico non corrisponde un salto di qualità nelle forme e nei contenuti, anzi sempre più le nostre Università sembrano concentrarsi affannosamente solo su un discorso di immagine e di marketing.

    In molti casi ne fa le spese soprattutto l’aspetto didattico: corsi che in passato erano di fondamentale importanza nella carriera accademica degli studenti oggi sono spesso ridotti solo ad una serie di dispense, sintetizzati in poche pagine.
I ritmi sono sempre più frenetici, frammentati, si moltiplica il numero degli esami da sostenere che vengono così ad essere sempre più frazionati, ridotti ai minimi termini. In questo contesto anche il sapere appare frastagliato, incompleto, eccessivamente professionalizzante e ridotto a una serie di nozioni mnemoniche prive di un’effettiva scientificità e spendibilità.
Mancano gli spazi per il discernimento ed il confronto, manca il tempo effettivo per imparare e sperimentare il metodo della ricerca che dovrebbe invece essere vera e propria prerogativa degli anni universitari.Non stupisce allora un generalizzato disinteresse degli studenti per l’impegno politico, sociale o nell’associazionismo (di ogni tipo) in favore di una sempre più forte deriva intimistica. Ci si affanna nella rincorsa a un 30 o a un 18 senza preoccuparsi minimamente della propria formazione globale di cittadini e di futuri professionisti.

    Questo è l’ambiente in cui quotidianamente siamo immersi e che genera confusione e insoddisfazione non solo tra gli studenti ma anche tra quella schiera di docenti illuminati che raramente sono in condizioni di poter svolgere serenamente e proficuamente il proprio lavoro.
Si comprende bene allora il clima e il contesto in cui si sono alimentate le polemiche di questi giorni.

    Per noi cattolici non si tratta (o non dovrebbe trattarsi) di una semplice, seppur legittima, difesa di quella che è per noi la principale autorità morale ed ecclesiale.
Non è neppure la sola constatazione di come tanti studenti e docenti siano stati privati, episodio senza precedenti, di un contributo alto e qualificato.
Si tratta invece di osservare amaramente come anche nel mondo della scienza, nel luogo per eccellenza deputato al pensiero e alla cultura, prevalga la logica della paura e del risentimento.

Come reagire ora?

    Inutile polemizzare o chiudersi rancorosamente sulle proprie posizioni.
Occorre invece rimboccarsi le maniche, ribadire con forza e fermezza che l’Università italiana così non va, che ci preoccupa questa deriva oscurantista e censoria così come ci preoccupano gli atteggiamenti di chiusura, di ostilità e la mancanza di spazi in cui si valorizzi l’esperienza della ricerca, del confronto tra opinioni e valori diversi.
Occorre ricominciare a mostrare la bellezza e l’importanza dello studio universitario, rivendicando e ribadendo a piena voce il suo ruolo fondamentale nella formazione delle coscienze, aldilà della fede specifica dei singoli.
Solo così fede e ragione non avranno più paura di confrontarsi ma potranno invece gradualmente e faticosamente ricominciare a camminare nella stessa direzione, nell’ottica di una formazione libera, plurale e democratica e in un clima di laicità reale, che non ha nulla a che vedere con gli estremismi a cui abbiamo tristemente assistito in questi giorni.

www.fuci.net

www.newsrimini.it

postato da Silvia83 alle ore 14:10 | Permalink | commenti (2) / commenti (2) (pop-up)
categoria: università


venerdì, 18 gennaio 2008

Una terra che interpella

 “Bisogna avere una posizione chiara rispetto a Gerusalemme, non la si può attraversare senza esprimersi. Io penso questo: Gerusalemme è una città dura. Qualche volta durissima.”

Cammino in fretta per le strade di Gerusalemme e queste parole mi tornano in mente come un ritornello. Così descrive la sua città in uno dei racconti più famosi A. Yehoshua, che a Gerusalemme è nato e ha vissuto per molti anni, prima di abbandonarla per trasferirsi ad Haifa. Yehoshua descrive così Gerusalemme ma a me sembra di poter tranquillamente estendere queste parole ad ognuno dei luoghi che in questi giorni di cammino abbiamo attraversato e scoperto, in questa terra che non smette di affascinare ma al tempo stesso di interrogarci in profondità.  

      Non si può rimanere indifferenti davanti a quel muro insensato che toglie il fiato alla città di Betlemme, quel piccolo villaggio della Giudea che Dio ha scelto misteriosamente per realizzare il Suo disegno di salvezza. Osservo le colline che circondano Betlemme, avvolte dal silenzio nella loro semplicità, e mi sembra di poter immaginare con facilità il luogo in cui Gesù è venuto al mondo oltre 2000 anni fa. Ma la tenerezza del paesaggio si scontra ben presto con l’asprezza della condizioni di chi oggi abita questa città, di chi è costretto a costanti e ripetute privazioni, di chi paradossalmente è obbligato a chiedere un permesso (quasi sempre negato) anche solo per recarsi al lavoro, visitare un amico o un familiare, ricevere le opportune cure mediche.

Mi colpiscono soprattutto le storie di tanti giovani universitari a cui è impedito esercitare anche il più basilare diritto di scegliere quale ateneo o quale facoltà frequentare, il diritto a progettare liberamente il proprio futuro. 

      E poi l’impatto fortissimo con Gerusalemme. Basta allontanarsi solo di qualche chilometro da Betlemme per scorgerla, così bella e maestosa che quasi spaventa: la città Santa, ideale punto di convergenza di cristiani, musulmani ed ebrei. Eppure il luogo simbolo del popolo di Israele, il sito in cui Maometto è asceso al cielo e dove Gesù Cristo è morto e risorto è da sempre teatro di aspre divisioni. Toglie il fiato pensare che proprio nella città in cui Gesù ha portato a pieno compimento con la sua stessa vita il suo progetto di amore universale, più che in ogni altro luogo al mondo il suo messaggio sia stato travisato, frainteso e ridotto a un diritto di proprietà o ad una questione di status quo. E la “durezza” di questa città, il difficile percorso di riappacificazione e convivenza, appaiono evidenti in tutta la loro forza drammatica.

Eppure il fascino di questi luoghi santi perdura, a volte sommerso dai colori, dai suoni e dai profumi del suk o di qualche gruppo di turisti più chiassoso… ma è impossibile non percepire come qui Dio non abbia mai smesso di parlarci, di suscitarci domande profonde, di interrogare la nostra fede e di entrare con insistenza nella nostra vita. Quel Gesù che qualche giorno prima abbiamo contemplato bambino nella basilica della Natività, qui ci appare così glorioso e risorto attraverso l’immagine di un sepolcro vuoto, che è senso, principio e fondamento della nostra fede. 

      Mentre lasciamo Gerusalemme ci ritroviamo improvvisamente nel deserto. E ancora una volta mi vengono in mente le parole di un libro, questa volta di A. De Saint-Exupery: “Mi e' sempre piaciuto il deserto. Ci si siede su una duna di sabbia. Non si vede nulla. Non si sente nulla. E tuttavia qualche cosa risplende in silenzio…”

Lascio allora risplendere dentro di me la luce di questi giorni e penso a come sarebbe bello portare questa luce nella quotidianità e nella semplicità delle nostre vite. 

      La ferialità dell’esperienza terrena di Gesù ci appare poi con evidenza non appena giungiamo a Nazareth: sperimentiamo così concretamente la scelta sbalorditiva di abitare per trent’anni alla periferia della storia, degli eventi.

Nazareth è anche il luogo in cui incontriamo più da vicino l’esperienza profetica di Charles De Foucauld, che qui visse per tre anni cercando di “fare suo il vivere di Gesù” e in cui maturò i frutti fondamentali della sua vocazione: la scelta del sacerdozio e la scelta di essere “fratello universale” tra gli uomini, vivendo tra le tribù nomadi musulmane, vero e proprio precursore di un dialogo interreligioso che ancora oggi appare così dolorosamente lontano dal suo compimento.

      Nazareth è anche la città di Maria, che avevamo già contemplato nella dolcezza del Santuario della Visitazione di Ein Karen quale icona della sollecitudine, del servizio e della gratuità e che qui, nella sua terra, ci appare ancora più vicina, amica, sorella. Al tempo stesso Maria è simbolo ed espressione di tutte le madri che soffrono: madri ebree, cristiane, musulmane…unite semplicemente dall’esperienza del dolore in un paese attanagliato ancora da troppi e pesanti conflitti. 

      Penso allora che non sia possibile parlare di “pace” per questi luoghi ma piuttosto di “paci”, perché non esiste una soluzione univoca per lenire le ferite di una Terra che da secoli subisce divisioni e lacerazioni. Possiamo invece ricercare soluzioni molteplici, diverse, piccole esperienze di pace che quotidianamente, pur nel silenzio e nel nascondimento, continuano a far fiorire germogli di fiducia e di speranza. Non c’è una sola strada per la pace ma ci sono invece tanti sentieri percorribili per incontrarsi a metà strada, per riconoscersi e per riconciliarsi.

Si comprende allora in maniera davvero chiara quanto la fede sia profondamente incarnata nella cultura, sono aspetti che non possiamo separare soprattutto in questa Terra dove la propria identità è fortemente definita dall’appartenenza a un credo religioso.

Per questo è ancora più necessario un grande sforzo di decentramento, la capacità di sospendere il proprio giudizio per entrare realmente in dialogo con l’altro pur senza mai perdere di vista e rinunciare alla propria preziosa identità.

Solo così, nella tensione costante alla pace nelle piccole scelte quotidiane la diversità dell’altro comincerà a non apparire più come un ostacolo o una minaccia ma come un valore, un diritto, una risorsa. 

      Realmente allora è impossibile attraversare questa terra senza esprimersi, senza lasciarsi interpellare, senza stupirsi di fronte alle antinomie che la abitano ma che contribuiscono al tempo stesso a tratteggiare il suo fascino misterioso, la sua bellezza, la sua unicità e il suo profumo intenso e irresistibile di santità.

www.azionecattolica.net/ts

postato da Silvia83 alle ore 14:08 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: pace, dialogo interreligioso, terra santa


venerdì, 18 gennaio 2008

Nasce lo Statuto dei diritti e dei doveri degli studenti universitari

        12 Giugno 2007 : una giornata importante per il dibattito sulla formalizzazione dei diritti e dei doveri degli studenti universitari. Proprio in questa data, infatti, è stato presentato presso la sede della CRUI lo “Statuto dei diritti e dei doveri degli studenti universitari”, promosso dal Ministro dell’Università e della Ricerca On. Fabio Mussi e dal Sottosegretario di Stato con delega al Diritto allo Studio On. Nando Dalla Chiesa, sotto la spinta dell’ultimo Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari.
 Si tratta di una tappa storica per gli studenti universitari italiani : è la prima volta infatti in cui possono assistere all’elaborazione di una Carta dei propri diritti e dei propri doveri, nell’ottica più ampia di un riconoscimento ancora difficile della centralità del ruolo degli studenti nei luoghi della formazione accademica. Un’esigenza ancora più forte soprattutto alla luce delle numerose riforme del sistema universitario che si sono succedute in questi anni aggravando in molti casi la condizione di studenti e docenti.

     Lo Statuto si presenta come una sorta di piccola Costituzione composta da 58 articoli e introduce alcune novità e spunti interessanti. Innanzitutto un’ampia attenzione al tema del diritto allo studio, nel tentativo di allargare le forme di sostegno e sottolineando la necessità di strumenti efficaci (pubblici e privati) per renderlo effettivo.

      Un’altra sottolineatura importante riguarda il tema del diritto alla mobilità, argomento di forte attualità alla luce del processo di internazionalizzazione delle conoscenze che riguarda un sempre maggior numero di studenti e ricercatori e tematica al centro della riflessione anche della FUCI, in particolare nell’ambito dell’ultimo Convegno Nazionale di Vicenza. Lo Statuto invita gli atenei a favorire la mobilità degli studenti (in Italia e all’estero) creando condizioni logistiche idonee e “rimuovendo gli ostacoli derivanti dalla condizione sociale dei singoli”.

      Vengono esaminati inoltre i temi della didattica e delle prove d’esame, della rappresentanza democratica, dei doveri di contribuzione economica, dei diritti e doveri degli studenti lavoratori o a tempo parziale e dei dottorandi di ricerca.

Ma il concetto fondamentale intorno a cui sembra ruotare tutto lo Statuto è l’idea forte di cittadinanza, intesa come presupposto irrinunciabile nella strategia di costruzione di un nuovo welfare studentesco.

     Anche la FUCI accoglie con fiducia e viva attenzione il rinnovato interesse intorno a questi temi troppo spesso trascurati dalle istituzioni competenti, atteggiamento che ha contribuito, per molti anni, a rendere gli studenti l’anello realmente più fragile e debole del sistema universitario.

Come studenti auspichiamo che lo Statuto sia solo il punto di partenza di una riflessione più seria e approfondita che nasca dall’attenzione ai bisogni reali degli studenti e riconosca a chi studia nelle università una piena e autentica cittadinanza.

      Dopo essere stato presentato, lo Statuto comincia ufficialmente il suo viaggio pubblico per raccogliere contributi e suggerimenti da parte delle realtà istituzionali e studentesche, della stampa e dell’opinione pubblica qualificata. Inoltre, già a partire da quest’anno accademico, sarà adottato in via sperimentale dall’Ateneo di Modena e Reggio Emilia.

Al termine di questo percorso lo Statuto diverrà legge e sarà inoltre utilizzato dall’Agenzia per la Valutazione come uno dei parametri primari per misurare la qualità delle università.

      Ci auguriamo che nell’approvazione dello Statuto si tenga conto e si valorizzi il contributo di informazioni che gli studenti saranno in grado di fornire ma auspichiamo soprattutto che lo Statuto non rimanga “lettera morta” ma che possa invece penetrare come strumento efficace nel difficile mondo dell’Università apportando un contributo reale e significativo a chi ogni giorno vive la fatica, la bellezza e la responsabilità di essere studente.

www.fuci.net
Newsletter giugno 2007 P&D express, a cura del Movimento Studenti di Azione Cattolica
postato da Silvia83 alle ore 14:05 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: università


venerdì, 18 gennaio 2008

Soli o accompagnati?

"Gli adolescenti del terzo millennio tra aggregazioni tradizionali, individualismo e nuove appartenenze"


Nel mio intervento mi riferirò specificatamente al mondo degli universitari, quindi post-adolescenti più che adolescenti in senso stretto (anche se, come più volte ribadito, il concetto di adolescenza oggi si è enormemente dilatato nel tempo). Credo però che queste considerazioni possano essere estese anche ad altri ambiti e livelli.

Cerchiamo di capire innanzitutto com’è cambiata l’Università in questi anni e come queste trasformazioni hanno influito sulle forme di partecipazione e aggregazione studentesca.

Partiamo da una premessa etimologica: la parola università deriva dal latino “universitas”, che proviene a sua volta da “universus” e cioè tutto, intero, volto all’unità. Dunque università come luogo di formazione globale, finalizzato ad accrescere la persona umana nella sua interezza.

Negli ultimi anni, con l’ormai celebre Riforma del 3+2, il sistema universitario è stato investito da un radicale cambiamento: da un lato abbiamo assistito ad un boom nel numero degli iscritti (il passaggio dalla Scuola Superiore all’Università è ormai praticamente scontato per moltissimi studenti) e ad un aumento del numero di chi riesce a completare il proprio percorso di studi in tempi relativamente brevi, d’altro canto però i ritmi dell’Università sono divenuti sempre più rapidi e frenetici, i programmi sempre più circoscritti, l’esperienza universitaria sempre più frammentata…tanto che anche la FUCI in questi anni ha più volte sottolineato il rischio di un’Università ridotta a solo “nozionificio” o “esamificio”.

Ancora più complessa è la situazione degli studenti “pendolari” o “fuori-sede” che aggiungono a questo impatto spesso disorientante con l’Università la lontananza da casa e dai propri punti di riferimento.

In questo contesto, in così rapido mutamento, c’è ancora spazio per le forme di aggregazione tradizionali?

Assistiamo a diverse sfumature del fenomeno: l’offerta è quasi sempre molto ampia e variegata (tanto che alcuni studiosi hanno definito il panorama dell’associazionismo giovanile come una sorta di “arcipelago” o di “galassia”), ma non sempre la risposta consistente come avveniva in passato.

Da un lato assistiamo infatti ad una forte deriva intimistica, individualista, propria di un numero consistente di studenti che scelgono di vivere l’Università ripiegati su se stessi, schiacciati dalla frenesia e dai ritmi incalzanti imposti dalle Università, sempre meno luoghi di formazione umana e globale e sempre più luoghi esclusivamente professionalizzanti.

Se questo è valido per l’associazionismo, lo è ancora di più per la partecipazione alla politica universitaria. Basti pensare che, in media, soltanto il 6% degli studenti si reca a votare per l’elezione dei propri rappresentanti.

C’è poi una fetta di giovani che sceglie di impegnarsi a vario titolo (soprattutto nel volontariato) e di approfondire i propri interessi e le proprie inclinazioni ma senza etichette, decidendo di non fare parte direttamente di nessuna associazione o partito all’interno dell’Università.

Molti studenti fanno inoltre la scelta della “multi - appartenenza”, quella cioè di non aderire a nessun gruppo in maniera esclusiva preferendo invece frequentare o “simpatizzare” contemporaneamente per più di una associazione o realtà. E’ la condizione che molti studiosi definiscono “pendolarismo” delle appartenenze: un orientamento esplorativo, una sorta di sperimentazione pluralistica che da un lato può essere letta come una mancanza di coerenza, di grandi scelte ideali e di motivazioni forti, ma che dall’altro può divenire occasione di ricchezza e pluralismo. Secondo il sociologo Franco Garelli il giovane, consapevole che non esistono realtà in grado di offrire risposte totalizzanti, ricerca così una risposta parziale alle proprie esigenze.

In generale, si assiste comunque ad una progressiva svolta dall’impegno politico in senso stretto all’impegno sociale, con un’attenzione specifica e una sensibilità forte verso temi ed ideali quali quelli della pace, della giustizia, dei diritti umani, dell’ambientalismo.

Già nel 2000 gli autori del rapporto IARD sulla condizione giovanile avevano infatti evidenziato: "sembra corretto affermare che il protagonismo giovanile non è oggi assente dallo spazio pubblico; piuttosto si può dire che è sempre meno incanalato nella sfera della politica in senso tradizionale".

C’è infine chi sceglie ancora la dimensione della partecipazione attiva, dell’aggregazione e quindi dell’associazionismo vero e proprio nelle più svariate forme, come ad esempio quella della FUCI.

Diminuiscono i numeri e la portata del fenomeno, ma le motivazioni divengono ancora più urgenti e profonde: chi sceglie oggi infatti di impegnarsi in questo ambito lo fa proprio perché spinto dalla forte esigenza di arricchire e valorizzare il proprio percorso di studi, non riducendolo solo ad una affannosa rincorsa ad un 18 o ad un 30.

Non possiamo quindi parlare di fallimento o di rifiuto dei modelli di aggregazione tradizionali, piuttosto di un cambiamento nelle motivazioni e nei significati attribuiti a queste forme di partecipazione.

 

Sicuramente l’associazionismo oggi è una fondamentale e preziosa occasione per molti giovani di sperimentare e vivere la dimensione forte della progettualità, in contrapposizione alla tendenza sempre più diffusa che porta la nostra generazione a dilazionare le scelte (soprattutto quelle definitive), a rinunciare ai progetti a medio e a lungo termine, enfatizzando la proiezione sul presente e rimandando il processo di transizione ai ruoli adulti.

E’ inoltre una forma di “cerniera” tra l’individuo e la sua sfera privata e la sfera pubblica, può quindi trasformarsi in esperienza propedeutica all’impegno politico in senso stretto. E’ infatti un prezioso esercizio di  educazione alla responsabilità, implica la scelta di vivere il proprio territorio da cittadini attivi e consapevoli sviluppando una precisa attenzione nei confronti dei bisogni degli altri e superando l’individualismo per un’apertura alla dimensione sociale e comunitaria.

L’associazionismo è altresì un importante laboratorio per la costruzione della propria identità in maniera dialogica e dinamica, attraverso l’ esperienza del gruppo e quindi del confronto, della gestione positiva dei conflitti, del dialogo, della mediazione.

Il rischio principale da cui rifuggire è quello che gruppi così strutturati si trasformino in realtà elitarie, autoreferenziali, incapaci di comunicare all’esterno… nidi sicuri in cui rifugiarsi dal mondo spesso troppo aggressivo e competitivo dell’università. Non si può invece prescindere da un dialogo e da un confronto incessante con il mondo esterno e con le altre realtà.

E’fondamentale infine che le associazioni mantengano una precisa valenza e funzione pedagogica in se stesse, educando in maniera forte alla libertà e alla responsabilità. Non possono e non devono quindi in alcun modo essere strumentalizzate a superiori fini politici o a logiche di potere.

 

Il successo o meno dell’associazionismo è da sempre legato alla capacità di cogliere le istanze provenienti dal mondo giovanile e di porsi in ascolto di esse, individuando e offrendo risposte soddisfacenti alle attese della popolazione giovanile (basti pensare all’enorme successo dell’associazionismo, soprattutto di matrice cattolica, negli anni Settanta e Ottanta, come risposta efficace alla crisi del ’68). E’importante quindi una nuova lettura dell’associazionismo giovanile, che riparta da un’analisi approfondita dei bisogni e delle domande che provengono dai giovani, a cui troppo spesso non si sono sapute fornire risposte adeguate, non interpretando il rapido cambiamento della società e disincentivando in questo modo forme di partecipazione e di impegno più strutturate.

Le nuove forme di aggregazione devono inoltre qualificarsi ed essere guidate da “idee forti”,  che permettano loro di distinguersi nel variegato panorama di proposte che si registrano nel contesto universitario e giovanile.

L’Università deve quindi impegnarsi seriamente a favorire in maniera concreta le forme di aggregazione e l’associazionismo studentesco, mettendo a disposizione contributi economici e incoraggiando questo tipo di iniziative e proposte. Oggi purtroppo molti atenei mostrano ancora scarsa attenzione a questo fondamentale ambito della vita degli studenti né sono in grado di accompagnare e supportare chi si impegna a vario titolo in attività extra-curricolari.

Sappiamo infine che “un albero che cade fa molto più rumore di una foresta che cresce”. Per questo è importante riscoprire e rivalutare le esperienze positive, ri-sintonizzarsi sulle frequenze del mondo giovanile evidenziando le naturali istanze di socializzazione che appartengono all’uomo e ai giovani in particolar modo, per loro stessa natura maggiormente inclini a ricercare forme di aggregazione e di impegno se adeguatamente sostenuti e incoraggiati in questo percorso di crescita, consapevolezza e protagonismo.

 www.fuci.net

Intervento in occasione del Convegno "Angeli con la faccia sporca: gli adolescenti tra mitologia e condanna" organizzato dall'associazione di ricerca e formazione "La Maieutica"

postato da Silvia83 alle ore 13:56 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: giovani, associazionismo


venerdì, 18 gennaio 2008

Segni di un unico sogno

Apro il mio intervento con una frase di Giancarlo Bruni che vorrei facesse da sfondo e da cornice alla nostra riflessione : “L’uomo ecumenico è l’uomo dal cuore ospitale”.

Emerge subito da queste parole la prima dimensione fondamentale dell’atteggiamento ecumenico e cioè l’accoglienza, che nasce e si sviluppa solo grazie all’ascolto, alla volontà e capacità di incontrare l’altro nella sua diversità. Nella ricerca di un dialogo tra popoli e culture non si può prescindere dalla dimensione religiosa: ogni ferita risanata sul piano spirituale e religioso si riflette infatti naturalmente anche sul piano culturale, sociale e politico.

Mentre ai vertici delle chiese cristiane - soprattutto in Italia - il dialogo ecumenico appare complesso e difficile, spesso contraddistinto da forti battute d’arresto, si fa sempre più urgente e indispensabile un impegno in questa direzione, anche alla luce dei rapidissimi cambiamenti che stanno interessando il nostro Paese e l’Europa in generale. Riporto solo alcuni dati che riguardano l’esperienza a me più vicina, quella del mondo dell’Università, ma che possono risultare emblematici di questo cambiamento : nel corso del precedente anno accademico si sono iscritti presso le Università italiane 41.589 studenti stranieri, tra questi il 69,7 % proviene da Paesi europei e in particolare dall’Albania, dalla Grecia, dalla Polonia, dalla Croazia e dalla Romania.

Mentre in passato i processi di scambio tra studenti erano agevolati e incentivati solo tra le cosiddette “università forti” (quelle anglosassoni e in parte quelle tedesche), oggi lo scenario si apre sempre più rapidamente e massicciamente anche agli studenti provenienti dalle “università deboli” (quelle dei nuovi paesi dell’Unione Europea), ancora troppo spesso considerate una “zavorra” per il mondo accademico e poco influenti sul piano tecnico e scientifico.

E’ sicuramente difficile stimare l’appartenenza religiosa degli studenti stranieri che giungono in Italia trattandosi di un aspetto che non sempre ha un riscontro esterno, ma è un dato lampante come il maggior protagonismo dei Paesi dell’Est Europa abbia apportato sensibili modifiche anche sulla consistenza dei singoli gruppi religiosi. Se la necessità di un dialogo con l’Islam continua a richiamare l’attenzione principale degli italiani, parallelamente emerge oggi sempre più forte, e non solo in ambito accademico, l’esigenza di un dialogo con le nuove popolazioni protagoniste dei flussi migratori, e cioè quelle dell’Est Europeo.

Basti pensare che negli ultimi 10 anni, dall’apertura delle frontiere ai Paesi dell’Est, la presenza degli ortodossi in Italia è aumentata di ben 11 volte (da 43.000 a 470.000).

Ed è possibile quantificare che oggi in Italia ogni 10 cristiani 5 siano cattolici, 4 ortodossi, 1 protestante o di altre aggregazioni minori. Questo implica per l’Italia la sfida di un confronto e di un dialogo religioso e culturale realmente a 360°, alla luce delle nuove tematiche e dei nuovi soggetti protagonisti di questo confronto.

Il sentiero da tracciare in questa direzione è assai complesso e difficile.

Viviamo sicuramente un’ epoca di crisi, alimentata dalle vicende del terrorismo internazionale, dai cambiamenti già accennati dei flussi migratori e da una generalizzata e diffusa paura dell’altro, sempre più spesso visto come potenziale ostacolo e nemico. E’necessario però iniziare a leggere questa dimensione di crisi in maniera propositiva, come una risorsa e un’occasione unica per sperimentare nuove possibilità ed esperienze di collaborazione, convivenza ed amicizia.

Quando parliamo di sviluppo armonico della persona umana non possiamo prescindere dalla sua dimensione religiosa: questa non può essere relegata alla sfera intima e privata ma va invece considerata in tutte le sue espressioni comprese quelle di carattere etnico, antropologico e culturale. In questo senso il dialogo ecumenico non può rimanere una pura astrazione ma deve invece necessariamente trasformarsi in una relazione, significa scegliere di compiere gesti forti e concreti.

Una prima sfida che la nostra generazione più di altre è chiamata ad affrontare nell’ottica di un dialogo tra le diverse confessioni religiose è sicuramente quella della laicità. Per laicità non si deve intendere né laicismo né clericalismo ma piuttosto quell’atteggiamento grazie al quale ogni componente religiosa può esercitare liberamente i suoi diritti. Per educare alla laicità occorre quindi creare le condizioni per un confronto permanente tra le comunità di diversa matrice religiosa presenti sul territorio che le aiuti a scoprire di non essere mondi autosufficienti e le spinga a lasciarsi dietro le spalle atteggiamenti troppo autoreferenziali.

Il secondo problema che mi sembra urgente affrontare oggi è quello della disinformazione religiosa. Le principali difficoltà nel dialogo tra le religioni nascono infatti essenzialmente da una scarsa conoscenza, dalla mancata volontà di mettersi in gioco nella diversità. Favorire la conoscenza e il dialogo tra le chiese e tra le religioni non significa rinunciare alla propria preziosa identità ma aprirla al rispetto e alla comprensione dell’identità dell’altro.

Significa fare chiarezza sulle “parole-chiave” del dialogo interreligioso : educazione, fede, entità della divinità…parole il cui significato è spesso tutt’altro che scontato. Ma come è possibile che culture e religioni diverse dialoghino tra loro senza scadere nel vortice del fanatismo e dell’incomunicabilità?

Ci suggerisce un’interessante strada in questa direzione lo scrittore israeliano Amos Oz quando nel suo recente saggio “Contro il fanatismo” ci invita a rivalutare e a riscoprire l’esercizio salutare del compromesso. Per compromesso Oz non intende mancanza di integrità, di consistenza o di onestà e neppure capitolazione. Compromesso significa invece “incontrare l’altro più o meno a metà strada” ed è quindi sinonimo di vita, lucidità e buon senso.

Naturalmente non esistono compromessi “felici”, l’arte del compromesso richiede fatica, pazienza, costanza ed è un’esperienza che ciascuno di noi può sperimentare facilmente nelle proprie relazioni familiari, sentimentali o lavorative. Oggi il dialogo ecumenico non può più accontentarsi di incontri fraterni, non è più sufficiente sedersi tutti intorno allo stesso tavolo col solo obiettivo di individuare denominatori comuni tra le molte divergenze d’opinione.

L’unità auspicata e ricercata dell’ecumenismo non deve significare uniformità ma deve essere piuttosto un’unità plurale, fatta di identità diverse capaci però di riconoscersi, dialogare e porsi l’una al servizio dell’altra. Non si deve semplicemente puntare a quello che c’è di comune, alle cose che possono essere condivise (pur importanti) ma trovare strade nuove per permettere alla diversità di esprimersi pienamente, sempre nel rispetto dell’altro.

Mi sembra fondamentale ribadire la necessità di rimettere al centro di questo incontro tra le diverse culture religiose la persona umana, superando quell’etica sempre più individualistica che contraddistingue la nostra società occidentale. L’uomo non è individuo, è chiamato ad essere e a vivere in relazione agli altri uomini, per questo deve riscoprire quella dimensione di fondo che lo spinge naturalmente verso la comunione e non verso la divisione.

Occorre perciò dare spazio a quei valori che la civiltà esige per essere a misura dell’uomo e cioè la pace, la giustizia sociale e la salvaguardia del creato, valori che anche in questa occasione sono stati ribaditi come punto di partenza irrinunciabile per un efficace dialogo ecumenico. Sono temi che costituiscono sfide forti per le nostre chiese ma verso i quali le nuove generazioni si dimostrano particolarmente attente e sensibili, desiderose di delineare un orizzonte di riflessione condiviso ed un impegno comune.

E’ importante però che l’ecumenismo non diventi semplicemente una sorta di diplomazia applicata al mondo ecclesiale, ma che possa realizzarsi concretamente e quotidianamente a partire innanzitutto dalle pratiche e dalle esperienze quotidiane di noi giovani credenti. Per questo è fondamentale che questi cammini di incontro e di dialogo nascano e si sviluppino prima di tutto negli spazi e nei contesti che quotidianamente siamo chiamati ad abitare: a scuola, nelle aule universitarie, negli ambienti di lavoro… perché non possiamo essere portatori di cambiamento altrove se prima non l’abbiamo portato dentro di noi e intorno a noi, nei nostri piccoli mondi di ogni giorno.

Solo a partire da queste esperienze concrete e da una volontà serena di confrontarsi e dialogare nel rispetto delle reciproche differenze sarà possibile riportare ottimismo ed entusiasmo anche nel processo di dialogo tra i vertici delle chiese, che troppo spesso arranca faticosamente. Dobbiamo cominciare a percepire prima di tutto noi stessi come donne e uomini ecumenici, donne e uomini dal “cuore ospitale” e capaci quindi di riscoprire le dimensioni fondamentale dell’accoglienza e del confronto come presupposti irrinunciabili per la valorizzazione della propria identità ed unicità.

E per affrontare questa sfida non esistono risposte univoche o ricette universalmente valide, esistono invece molteplici possibilità e sentieri da percorrere, percorsi infiniti per incontrarsi e riconoscersi.  In quest’ottica appaiono particolarmente significative e profetiche le parole pronunciate nel 2000 a Lisbona da Giovanni Paolo II, con le quali concludo : “Il dialogo non ignora le reali differenze, ma neppure cancella la comune condizione di pellegrini verso nuove terre e nuovi cieli. E il dialogo invita tutti altresì a irrobustire quell'amicizia che non separa e non confonde. Dobbiamo tutti essere più audaci in questo cammino, perché g1i uomini e le donne di questo nostro mondo, a qualsiasi popolo e credenza appartengano, possano scoprirsi figli dell'unico Dio e fratelli e sorelle tra loro."

www.fuci.net
[Riflessione in occasione dell'incontro dei giovani a Chieti organizzato dall'Azione Cattolica diocesana e nazionale e dalla Pastorale Giovanile - 30 Agosto 2007]
postato da Silvia83 alle ore 13:50 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: pace, ecumenismo, dialogo interreligioso


Chi sono

Utente: Silvia83


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Archivio

oggi
--- 2008 ---

Links

Partecipano

Foto recenti

Bottoni

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading*volte